L’accesso al credito e la valutazione del rischio da parte della banca: “il rating”

a) L’importanza dell’affidabilità del soggetto finanziato nella stabilità del sistema economico

La valutazione di un rischio è un’attività che viene esercitata inconsciamente da ognuno di noi ogni qualvolta dobbiamo prendere una decisione quotidiana. Azione che è sempre finalizzata a cercare di scongiurare il rischio o, comunque, di circoscriverlo. Ci sono poi categorie di soggetti che dell’assunzione del rischio fanno una professione e scelgono deliberatamente di farsi carico dei rischi altrui. Ciò porta a dover sviluppare specifiche attitudini per affrontare, misurarsi e competere con le incognite che può presentare la realtà economica e imprenditoriale di riferimento e che si devono sintetizzare in elevate capacità di diagnosi del proprio cliente frutto non solo di sensibilità personale ma principalmente di considerazioni obiettive e protocolli indispensabili per creare sintesi misurate della percentuale di rischio che dovrà essere assunta.

Vari sono i metri di valutazione del rischio. Ci sono, ad esempio, la raccolta di dati storici e la loro elaborazione per scoprirvi regolarità statistiche sulla base delle quali vengono creati i prodotti assicurativi, la trasposizione dei dati in algoritmi per l’elaborazione dei processi informatici, le indagini scientifiche e i protocolli operativi ospedalieri su cui i medici basano le loro azioni di intervento sui pazienti per ridurre al minimo rischi che non possono essere esclusi a priori. Proprio l’esempio dell’attività medica è utile nel nostro caso poiché basta pensare che nella somministrazione di un medicinale, anche il più comune, si deve sempre tenere conto del singolo individuo e del rischio potenziale legato agli effetti collaterali.

Orbene passando alla sfera finanziaria – creditizia il metro di valutazione del banchiere, pur dovendosi basare su una solida diagnostica oggettiva, non può trascendere dal profilo soggettivo (o perlomeno così è stato nel corso della Storia). Basti pensare alla stessa etimologia della parola “credito” che trae origine dal latino “credere” che significa prestare o affidare la cura di una cosa ad una persona e riporre fiducia in lui. La storia delle banche è da sempre intrisa di momenti in cui in cui le qualità del finanziato incidevano particolarmente sulla decisione ultima del finanziatore. I banchieri più antichi confidavano molto nella loro personale esperienza e sensibilità forse (e soprattutto) perché erano consapevoli del rapporto indissolubile che li avrebbe legati ai soggetti da loro finanziati nella buona e nella cattiva sorte. Qualcosa di simile a ciò che ispirava i Fugger quando facevano credito ai produttori di fustagno selezionando preliminarmente i legnami che questi intendevano mettere sul mercato, o come quando finanziavano le miniere tirolesi di rame e argento o le guerre di Carlo V. Altrettanto facevano i Bardi o i Peruzzi nella Firenze del XIV secolo, quando all’interno delle corporazioni dei tintori o quella degli speziali, decidevano di finanziare un tintore o uno speziale piuttosto che un altro. Oppure quando rifiutavano la negoziazione di una lettera di cambio al mercante di lane, salvo poi farsi inopinatamente trascinare nel “default” del re inglese Edoardo III 1.

Ciò nonostante i sistemi produttivi ed economici si sono sviluppati integrandosi prima a livello locale, poi a livello globale e, di conseguenza, anche la valutazione del merito creditizio ha subito la sua naturale evoluzione. Le banca ha iniziato a cercare nuovi parametri capaci di esprimere al meglio lo spessore imprenditoriale dell’impresa, del settore di appartenenza della stessa, dei suoi competitor, delle strategie e delle tecnologie che influenzano un determinato settore produttivo o il tessuto economico del territorio in cui si erano sviluppata; questo perché “fare banca” per quanto possa apparire scontato, non è un’impresa come le altre e si pone come anello di congiunzione tra il sistema produttivo del paese che viene finanziato tramite la raccolta delle famiglie che, alla banca, si rivolgono per depositare i loro risparmi e che, a loro volta, sono la forza motrice del sistema economico.

Il titolo II, Capo I del Testo Unico Bancario (Decreto Legislativo n. 385 del 1 settembre 1993) definisce l’attività bancaria come la raccolta di risparmio tra il pubblico e l’esercizio del credito a cui si aggiungono le attività, connesse o strumentali, e cioè le varie forme di investimento di gestione e deposito delle risorse finanziarie e degli strumenti di pagamento. Ecco dunque che l’azienda bancaria nell’esercizio della sua attività ha il compito di fertilizzare il terreno su cui nascono e crescono gli alberi produttivi di una nazione e, al contempo, per effetto della sua funzione di ente che raccoglie il risparmio dei soggetti privati (e non) coinvolti nel sistema economico assume un ruolo centrale all’interno di una collettività strutturata. Motivo per cui la stabilità e la solidità del sistema diventa fondamentale per far sì che nell’ipotesi (purtroppo tutt’altro che remota) di crisi di una o più banche locali, il sistema possa assorbire gli effetti economici ed evitare che questi possano, di conseguenza, riversarsi sulle realtà economiche locali sotto forma di crisi delle imprese locali.

b) la nozione di “rating

Questi concetti, apparentemente scontati, sono la premessa essenziale per comprendere quale stravolgimento il modo di fare banca abbia avuto negli ultimi anni e come questo si sia trasferito sull’attività delle imprese che dovendo fare ricorso alle aziende di credito devono – oggi più che mai – adeguare e preparare in maniera oculata il loro modo di pensare, agire e, soprattutto, di presentarsi alla banca nel momento in cui si presenta la necessità di ottenere credito per l’attività produttiva corrente o investimenti industriali.

Ecco che con l’evoluzione del sistema bancario in Italia e in Europa si è acuita sempre di più la necessità di avere strumenti normativi completi e protocolli operativi adeguati utilizzabili per la valutazione del rischio della solvibilità e quindi dell’affidabilità che società e imprese nel ricevere credito (c.d. rating).

Il principio che sta alla base della solidità di una banca è che quanto più sono sane e meritevoli le imprese finanziate, tanto più la banca sarà sicura da un punto di vista patrimoniale e, di conseguenza, le risorse finanziarie che i risparmiatori gli affidano saranno tutelate.

La banca deve eseguire analisi approfondite che, per converso, devono avere dall’altra l’impresa come interlocutore trasparente, aperto e propositivo che esponga le sue esigenze finanziarie in modo adeguato e che giustifichi ragionevolmente, al momento della richiesta di finanziamento, eventuali criticità dei progetti di sviluppo senza che, come spesso accadde, vengano celate sotto una cortina fumogena problematiche molto gravi a livello finanziario o societarie che, se rivelate in un secondo momento, andranno a rompere irrimediabilmente il legame di fiducia con l’azienda di credito.

Molte delle difficoltà di comunicazione tra banca e impresa infatti derivano da una diversa lettura che entrambe possono dare a comportamenti e scelte di gestione aziendale. L’impresa deve presentare le proprie esigenze finanziarie alla banca tramite un piano completo, trasparente che sottolinei i progetti a cui l’imprenditore aspira e le difficoltà presenti per la sua realizzazione. Tale forma di comunicazione non rappresenta, come erroneamente ritenuto da molti imprenditori, un ostacolo o una rigidità nell’accesso al credito ma, anzi, sarà visto come un accorgimento di favore al momento dell’apertura dell’istruttoria che, invece, se caratterizzata da continue richieste di chiarimento da parte del deliberante, oltre ad essere più lunga potrebbe creare un alea di maggior timore nell’animo di colui che è chiamato a decidere sull’erogazione del finanziamento. Decisione che sarà, quindi, tardiva se non, addirittura, negativa ogni qualvolta la banca a seguito degli approfondimenti richiesti ottenga risposte superficiali o incomplete, equivoche o palesemente artefatte, formulata ad arte dall’imprenditore per celare situazioni di irregolarità nel bilancio della Società interessata ad accedere al credito.

Il dialogo banca- impresa, quindi, deve essere costruttivo, completo e trasparente in modo che l’imprenditore da una parte, e la banca dall’altra, possano creare le fondamenta del comune pilastro che sorreggerà l’attività produttiva di entrambe e su cui poggia tutto il sistema economico poiché la migliore conoscenze dell’impresa permetterà alla banca di garantire continuità nell’offerta del credito (e sostenere la produzione), nel lungo periodo di migliorarla oppure di rinunciare a garanzie (e quindi concedere credito) alle imprese meno patrimonializzate ma con elevato potenziale di reddito. Di converso la banca potrà efficacemente tutelare dal rischio la sua attività di credito ma soprattutto evitare (o quanto meno monitorare e prevenire) le crisi d’impresa così da scongiurare gli effetti che questa potrebbe avere sul resto del tessuto economico industriale, tutelando così gli altri imprenditori (con tutta probabilità clienti della stessa banca), i risparmiatori e, più in generale la collettività.

Fatta tale doverosa premessa, passando ora ai sistemi di valutazione del rischio in Italia si sono affermati due modelli di valutazione legati alle dimensioni dell’azienda di credito.

Le piccole banche valutano il merito di credito utilizzando in misura significativa le informazioni raccolte dal rapporto diretto con i clienti e dall’inserimento nelle comunità di appartenenza. Si tratta di informazioni di carattere qualitativo, che possono essere rapidamente elaborate e valorizzate con una struttura organizzativa snella, procedure semplici, prossimità dei centri decisionali della banca al cliente. Se condotta in modo efficace il risultato è quello di essere molto selettiva e rigida nell’erogazione del credito. Tuttavia nel contempo si intratterranno rapporti con soggetti solidi che, con probabilità, saranno consolidati nel tempo e le percentuali di assunzione di rischio ridotte al minimo, circostanza non irrilevante dato che il default di uno o più operazioni di credito possono avere ripercussioni molto più gravi nelle banche di piccole dimensioni legate al territorio rispetto ai grandi gruppi bancari.

nìNei grandi gruppi creditizi, invece, il processo di erogazione si basa principalmente sull’elaborazione automatica dei dati relativi alle controparti e su procedure codificate.

I sistemi di rating traducono un’enorme massa di informazioni, prevalentemente di natura quantitativa, in giudizi sintetici sul merito di credito il cui significato è immediatamente condiviso da strutture aziendali complesse e articolate. Le tecniche quantitative di valutazione del credito sfruttano le economie di scala nel trattamento delle informazioni, consentono di estendere l’offerta di credito a soggetti meritevoli ma privi di una rete consolidata di relazioni, favoriscono la trasparenza e la comparabilità dei giudizi.

Ciò detto è necessario tenere conto di quelle che sono le procedure operative interne delle banche che, di fatto, creano un ibrido tra i due modelli che analizzano i dati inseriti in base a come vengono inseriti dall’analista a cui spetta la valutazione soggettiva del singolo cliente e la disamina del rating in base anche ai fattore di valutazione esogeni, infragruppo o soggettivi non recepibili dal protocollo di valutazione.

Sebbene sia vero che gran parte delle piccole banche concentra la valutazione del rischio sull’analisi diretta dei clienti di cui ha una conoscenza diretta e sulla scorta di un profilo soggettivo spesso non esitano ad operare anche loro con un’analisi asettica dei dati basandosi su schemi di rating standard. Così facendo si allarga il perimetro dei soggetti “finanziabili” ricomprendendo operazioni che non dovrebbero toccare la piccola banca e che, nei casi peggiori, si rivelano fallimentari proprio a causa dell’inefficienza dei modelli di rating usati che non sono sviluppati in modo adeguato cosi come quelli utilizzati dai grandi gruppi, gap valutativo da imputare principalmente ai costi necessari da sostenere per adottare sistemi più avanzati.

Le grandi banche, invece, hanno predisposto procedure per utilizzare informazioni qualitative nelle procedure di assegnazione e correzione dei rating.

Esiste poi una fascia significativa di banche di dimensioni intermedie che combina in varia misura il modello relazionale con le tecniche quantitative2.

Quando si avvia un progetto imprenditoriale è essenziale predisporre un piano d’azione che permetta di valutare i pro e i contro e di comprendere tramite un’analisi preventiva e prospettica del sistema economico e produttivo in cui si inserisce la redditività del “deal” da avviare, la sostenibilità dei costi, i tempi necessari per avviare il sistema a pieno regime e beneficiare di un reddito sufficiente per onorare i debiti assunti per gli investimenti iniziali e garantire una adeguata remunerazione per l’imprenditore.

c) il business plan

Un valido ed affidabile business plan deve contenere, inoltre, informazioni di diverso tipo che permettano di comprendere le linee di azione per il futuro da intraprendere nel breve e lungo termine. Pur essendo orientato al futuro, il business plan non può prescindere dal presente e dal passato dell’impresa, ragione per cui deve essere accompagnato dall’analisi dei bilanci e delle strategie aziendali degli ultimi anni, necessari a comprendere anche la compatibilità dei nuovi progetti con la situazione corrente.

E’ utile sottolineare inoltre che il business plan oltre ad essere lo strumento essenziale per presentare una richiesta di finanziamento, se ben costruito sulla base di un processo strutturato di pianificazione e programmazione, è utile in primo luogo all’imprenditore nel fare chiarezza sui contenuti del progetto e sulla sua fattibilità interna ma soprattutto diventa anche un utile strumento per la valutazione “a posteriori” dei risultati raggiunti e fornire, percepire la salute della sua azienda e valutare, se necessario, nuove strategie aziendali. Purtroppo l’imprenditore cade spesso nel macrospico errore di trasformare il business plan da strumento utile a far conoscere l’anima finanziaria e produttiva della propria azienda a semplice materiale pubblicitario.

Ecco perché il documento presentato alla banca deve essere credibile, severo se necessario, per dimostrare la solidità dei numeri e la credibilità dell’imprenditore e del suo progetto imprenditoriale. Business plan predisposti con numeri facilmente contestabili, dati incompleti o che si sottopongono a facili osservazioni porteranno, come già detto, la banca finanziatrice a chiedere continui chiarimenti, aggiornamenti di dati e spiegazioni che nel migliore dei casi andranno ad allungare i tempi di decisione (spesso essenziali per l’imprenditore) e nel peggiore dei casi a rigettare la proposta a causa della poca trasparenza che verrà letta dall’organo deliberante dell’azienda di credito elemento tale da pregiudicare la possibilità di valutare correttamente il rischio di credito.

E’ consigliabile (se non indispensabile) per l’imprenditore che questo, pur rimanendo formalmente e sostanzialmente colui che forma e presenta il piano industriale e finanziario alla banca sia affiancato da uno o più consulenti di stampo economico e legale per la parte più strettamente finanziaria e per quella legate ai riflessi di natura societaria, di tecnica bancaria o di negoziazione con l’istituto di credito. Consulenti la cui indipendenza e terzietà sarà ben apprezzata dalla banca finanziatrice in quanto agevolerà sicuramente l’analisi dei dati e il dialogo e la cui reputazione professionale potrà non essere indifferente ai fini del grado di attendibilità che la banca darà al contenuto dei documenti che vengono forniti.

E’ giusto dire, tuttavia, che non esiste un format specifico per il business plan poiché la sua struttura può e deve variare in considerazione del tipo di progetto, del settore di riferimento, dei finanziamenti richiesti e via discorrendo. Tuttavia, in via esemplificativa, la struttura tipo di un business plan che abbia la doppia funzione di presentare l’azienda alla banca e, allo stesso tempo, fornire una diagnosi dell’azienda all’ imprenditore deve contenere: la descrizione dell’azienda insieme a un breve cenno storico sulle sue origini e sul percorso professionale dell’imprenditore; la descrizione del progetto industriale; un’analisi del mercato di riferimento; la compagina societaria, il patrimonio dell’azienda e le garanzie a disposizione del sistema bancario; lo stato patrimoniale e il conto economico, le assunzioni economico finanziarie sui cui si basano le previsioni di sviluppo; il fabbisogno finanziario e le relative coperture; i flussi di cassa attuali e quelli previsti nel breve medio termine.

Dunque il business plan si articola essenzialmente in due parti. Con la prima parte (qualitativa) si sintetizza dal punto di vista economico – finanziario il progetto imprenditoriale. Con la seconda parte (quantitativa) si analizza la tenuta del progetto imprenditoriale, tenuto conto di tutte le possibili variabili negative nell’arco di un orizzonte temporale di durata variabile e, comunque, difficilmente superiore al quinquennio. La qualità di un piano economico-finanziario dipende, in ultima analisi, dall’accuratezza e dalla fondatezza delle assumption poste alla base del progetto imprenditoriale.

Infatti un errore che si commette frequentemente nella redazione di un business plan consiste nel costruirlo ipotizzando che le persone che operano all’interno dell’impresa abbiano la capacità e la possibilità di fare previsioni corrette, circostanza che porta a “non” considerare alcune delle variabili che potrebbero incidere negativamente a causa della convinzione errata che il rischio prevedibile possa essere prevenuto dai propri collaboratori a priori. Inoltre, si tende frequentemente a non fornire adeguato supporto informativo in merito alle ipotesi poste alla base del piano, con l’effetto di non permettere al destinatario del documento di valutarne la concreta realizzabilità poiché per poter essere affidabile il business plan deve poggiarsi su due indissolubili pilastri: coerenza dei dati ed attendibilità delle previsioni.

d) Basilea I, Basilea II e Basilea III

International Convergence of Capital Measurement and Capital Standards (Nuovo Accordo sui requisiti minimi di capitale) meglio noto come BASILEA II è l’accordo internazionale di vigilanza prudenziale convenzionale definito dalle banche dei Paesi aderenti per effetto del quale queste devono accantonare quote di capitale proporzionate al rischio assunto da determinare di volta in volta tramite uno strumento di “rating”. L’accordo è strutturato in tre “pilastri”: 1) requisiti patrimoniali; 2) controllo delle Autorità di vigilanza; 3) disciplina di mercato e trasparenza.

Basilea II illustra le metodologie che le banche devono adottare per calcolare i propri requisiti patrimoniali minimi in relazione ai rischi inerenti la loro attività. Ogni volta che una banca concede un prestito, infatti, deve accantonare una certa parte del proprio patrimonio, per far fronte alla possibilità che il prestito non venga rimborsato (è il cosiddetto rischio di credito).

Basilea II (in vigore dal 2007), è nato per garantire maggiore solidità ed efficienza al sistema bancario a livello internazionale. In termini generali, mentre il primo Accordo di Basilea (c.d. Basilea I del 1988) prevedeva requisiti patrimoniali uguali per qualunque prestito, Basilea II concede alla banca la possibilità di valutare più approfonditamente il rischio di un singolo prestito, e quindi di differenziare gli accantonamenti patrimoniali in funzione della “rischiosità”: per un prestito a un’impresa più rischiosa la banca deve accantonare più capitale, per un prestito a un’impresa più affidabile e meno rischiosa la banca può accantonare una quota di capitale minore.

Ecco dunque che ogni banca tende a costruire un proprio sistema di valutazione scegliendo tra due metodi alternativi: il metodo standard oppure il metodo basato sui rating interni (IRB – Internal Rating Based).

Il metodo standard prevede l’utilizzo dei rating esterni (ossia giudizi sulla capacità dell’impresa di rimborsare il capitale prestato) frutto di indagini e giudizi rilasciati a queste imprese alcune agenzie specializzate (in Italia le agenzie riconosciute dalla Banca d’Italia sono Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch Ratings e Lince).

Per tutte le altre imprese sprovviste di rating esterno (in Italia la grande maggioranza), le banche utilizzano un metodo di calcolo del rischio simile a quello utilizzato da Basilea I ma differenziando il patrimonio da accantonare in funzione della tipologia di impresa: corporate o retail. Con il metodo basato sui rating interni è invece la banca ad attribuire, tramite propri modelli di analisi autorizzati dalla Banca d’Italia, un rating all’impresa.

Ecco spiegato dunque il motivo per cui il dialogo dell’impresa verso la banca, per agevolare l’accesso al credito, deve essere trasparente, serio e costruttivi. Basilea II riguarda le banche in modo diretto e immediato ma coinvolge fortemente anche tutte le imprese (incluse le ditte individuali, gli artigiani, le imprese familiari, le cooperative, etc.) perché i nuovi meccanismi di accantonamento del patrimonio sono direttamente correlati all’affidabilità delle imprese stesse. Lo scopo di Basilea II è quello di creare un circolo virtuoso: da un lato le banche saranno incentivate a classificare e valutare le imprese clienti in modo più rigoroso, dall’altro le imprese più meritevoli saranno favorite attraverso migliori condizioni di accesso al credito3.

Con l’ultima crisi si è giunti alla terza formulazione di questo corpus di norme: Basilea III. Infatti Basilea II non affrontava in modo soddisfacente il rischio della carenza di liquidità manifestatosi in numerose banche internazionali. La recente crisi ha spinto il Comitato di Basilea a proporre l’introduzione di nuovi vincoli di vigilanza prudenziale, strumenti e processi per misurare e governare il rischio di liquidità4.

Le nuove regole, che sono state oggetto di un’ampia consultazione con l’industria bancaria godono nella loro applicazione di un periodo transitorio e saranno efficaci a far data 1 gennaio 2019 così da favorire un graduale adeguamento delle strategie operative delle banche ed evitare ricadute sulla ripresa economica.

Alle banche, in particolare, Basilea III chiede garanzie su capitale e liquidità imponendo soglie minime di capitale per evitare che shock finanziari le mettano in ginocchio (riflettendosi sull’intero sistema). Il common equity, ossia le azioni ordinarie più le riserve dunque la componente di massima qualità del patrimonio di una banca, dovrà essere pari ad almeno il 4,5% degli attivi ponderati per il rischio, ossia dei prestiti effettuati per un coefficiente che cambia a seconda della loro rischiosità. Un prestito a un’impresa è, infatti, in genere più rischioso di un prestito a uno Stato o a una famiglia. Lo scopo della regola è quello di fare in modo che, se alcuni prestiti della banca cadono in sofferenza o non vengono restituiti, l’istituto abbia del capitale sempre libero per far fronte alle perdite. A questa quota del 4,5% si aggiunge una quota del 2,5%, il cosiddetto cuscinetto di protezione (conservation buffer).5

In estrema sintesi lo spirito normativo di Basilea III è che ogni operazione bancaria (o di un intermediario finanziario) comporta dei rischi e, per l’effetto, delle possibili perdite. Di conseguenza tanto più aumenta il rischio tanto più è la quantità di denaro che la banca deve accantonare per tutelarsi e che non può utilizzare in nessun modo. Principio molto elementare che porterà la banca a percepire l’esatto rischio collegato alla richiesta di finanziamento per l’impresa e che nella pratica si concretizzerà con la necessità di creare, a vario titolo, riserve finanziarie proporzionali al credito erogato e di conseguenza ad applicare parametri di valutazione sempre più rigidi per l’accesso al credito rigidità che l’impresa potrà superare solo se la sua gestione è sana e il la sua richiesta alla banca sarà trasparente e ragionata su numeri e dati credibili.

Spirito normativo che dovrà essere recepito da tutte le banche dell’eurosistema (e non) ormai indissolubilmente legate tra di loro in un sistema dove le aziende di credito  – a prescindere dalla territorialità e dai legami con  le comunità locali e nazionali di appartenenza da cui non possono inevitabilmente prescindere –  è ormai globalizzato e interconnesso al di là di quelli che sono i confini nazionali ed europei e che deve rispondere alle esigenze ( e di conseguenza prevedere i rischi) che possano derivare dal fatto che  individui ed imprese chiedono credito per offrire e acquistare beni e servizi da, e per, tutto il mondo.


1 così Mario Peruzzi, “credit enhacement, la valutazione del merito creditizio delle imprese”, Ipsoa 2010; cfr. anche la voce “Fugger” in Enciclopedia Italiana, www.treccani.it.

2 così Stefano Mieli, in “credito e valutazione del rischio” agli atti del convegno “Il credito alle imprese in tempi di instabilità. Occorre un ripensamento nei criteri di valutazione del rischio?” Milano, 8 marzo 2011

3 Cfr. il documento dal titolo “conoscere il rating” a cura della Associazione Bancaria Italiana in www.abi.it

4 per approfondimenti Laura Vitale e Francesca Tufino “BASILEA 3. Le banche dal 2013 si adeguano al nuovo regime di vigilanza” in www.analisibanka.it

5 Borsa Italiana S.p.A. “Basilea 3: nuove regole per il mondo finanziario” in www.borsaitaliana.it




L’avvocato e la crisi d’impresa: il ruolo dell’advisor nella prevenzione della crisi

Secondo un’autorevole opinione la “crisi” dell’Impresa è un elemento fisiologico nella vita di un’azienda che si palesa come una fase di instabilità della redditività che porta a rovinose perdite economiche e di valore di capitale, con conseguenti dissesti nei flussi finanziari, perdita della capacità di ottenere affidamenti creditizi, crollo di fiducia da parte della comunità finanziaria ma anche da parte dei clienti e dei fornitori. Tutti fattori che, singolarmente o congiuntamente, innescano così un pericoloso circolo vizioso. La fotografia dei dati più recenti ci dice che nell’ultimo trimestre 2016 si è rafforzato il calo dei fallimenti e delle altre procedure concorsuali (in particolare il ricorso al concordato preventivo) ma è aumentato il numero di imprenditori che decidono di chiudere la propria attività in bonis. Diminuiscono quindi le aziende in crisi costrette a dichiarare default ma tornano ad affacciarsi segnali di aspettative meno positive da parte delle aziende. E’ nel momento anteriore a questa fase che si devono innescare le procedure necessarie per rinegoziare con il ceto dei creditori nuove condizioni e termini per le obbligazioni già contratte, così da liberare risorse finanziarie e liquidità da destinare alla sopravvivenza dell’azienda e supere lo stato di crisi. All’interno dell’Impresa si individuano infatti due diversi componenti connesse tra loro: un organo di governo a cui spetta la corretta lettura dello stato di salute dell’Azienda e la struttura operativa che deve essere adeguata e spinta ad operare in modo performante al fine di evitare, se possibile, il sopraggiungere della crisi.
E’ proprio nel momento di percezione dei sintomi della crisi che l’avvocato – di concerto con i consulenti finanziari dell’azienda – deve intervenire.
Purtroppo l’esperienza pratica di chi scrive insegna che i soggetti appartenenti alla realtà della micro e piccola media impresa – diversamente dagli imprenditori appartenenti a realtà più strutturate a livello societario – percepiscono la figura professionale dell’avvocato, ancora come lo stereotipo del soggetto necessario solo in presenza di un contenzioso e non, così come dovrebbe essere, come quel consulente a cui fare ricorso nella vita quotidiana dell’attività societaria con cui confrontarsi periodicamente per mettere in sicurezza l’operatività aziendale da quelle problematiche che, apparentemente, possono sembrare gestibili dall’organo di governo o dalla struttura operativa ma che nascondo potenzialmente dei rischi da questi non percepibili.
Troppo spesso accade che l’avvocato non venga riconosciuto come advisor legale.
L’avvocato deve essere impiegato dall’Imprenditore in outsourcing continuativamente per il monitoraggio dell’Azienda poiché l’elemento principe per la buona riuscita della gestione della crisi aziendale è il fattore Tempo.
Dunque per sua natura la crisi dell’Impresa può essere prevenuta, anticipata e curata.
In tal senso però l’advisor deve intervenire in modo completamente innovativo rispetto agli ordinari schemi della consulenza legale cercando di educare l’Imprenditore “day by day” alla cultura delle decisioni ragionate in un’ottica non solo economico finanziaria ma nell’intento di individuare le procedure operative più efficienti per il proprio staff allo scopo di ridurre al minimo il rischio di insoluti, contenziosi relativi a rapporti commerciali, richieste di risarcimento danni o responsabilità per il Management.
E’ proprio quando l’Impresa è “sana” che deve essere costantemente monitorata e affiancata dall’ advisor in tutti quei casi di possibile criticità derivanti da transazioni con società a rischio d’insolvenza, nell’acquisto di beni nell’ambito delle procedure esecutive o concorsuali che potenzialmente possono avere un seguito patologico nei contenziosi scaturiti da situazioni di crisi finanziaria di fornitori o partner economici, sia davanti ai tribunali ordinari che fallimentari.
Senza, ovviamente, tralasciare l’indispensabilità dell’intervento dell’ advisor ogni qualvolta l’Imprenditore si trova ad avere a che fare con la gestione di operazione straordinarie che impattano finanziariamente in modo considerevole sull’Impresa, seguendola nel corso delle operazioni di accesso al credito in tutti i profili giuridici relativi al dialogo con le banche, nella formazione delle relative istruttorie e nella gestione dell’operatività e nella tutela del patrimonio personale dei soci di capitale.
Troppo spesso infatti la richiesta d’intervento da parte dell’Imprenditore viene fatta nella fase già patologica della crisi (e non nella sua genesi) a causa, purtroppo, di una comprensibile, ma non per questo giustificabile, convinzione di poter gestire autonomamente quelle dinamiche che nascondono al loro interno rischi non percepibili dall’Impresa e dall’Imprenditore che è privo dell’imparzialità e della visione tipica dell’advisor.

Gestione della crisi d’impresa e ristrutturazione del debito

Nei casi in cui la crisi non è percepita in tempo utile e si conclama con tutti i suoi effetti l’advisor legale, di concerto con l’advisor finanziario, assume il ruolo di coordinatore dei consulenti e dei collaboratori dell’Imprenditore accompagnando per mano quest’ultimo nella scelta degli interventi strutturali e delle strategie da attuare, individuando gli strumenti giuridici più adeguati per ridurre l’esposizione debitoria, curando l’aspetto fondamentale della dialettica con il ceto bancario, occupandosi di predisporre la contrattualistica necessaria alla formalizzazione delle convenzioni interbancarie, lettere di garanzia e di credito, curando gli aspetti correlati alla locazione finanziaria, operativa e al factoring, credito al consumo, costituzione e trasferimento di garanzie finanziarie e reali.
Vengono individuati, sempre di concerto con l’Imprenditore e l’advisor finanziario, gli strumenti giuridici con cui gestire la rinegoziazione del debito quali: accordi di stand still, convenzioni interbancarie esecutive di piani di risanamento attestati (art. 67 l. fall.), accordi di ristrutturazione (art. 182 bis l. fall.), accordi di moratoria (182 septies l. fall.). Viene predisposta la documentazione societaria, curata la gestione dei rapporti con i consulenti finanziari e industriali, smarcate le tematiche inerenti la responsabilità degli amministratori e alle proposte da formulare ai creditori, predisposti gli accordi modificativi di contratti anteriormente stipulati per la ristrutturazione dell’indebitamento finanziario, negoziati i contratti di cessione d’azienda, di cessione delle partecipazioni e di cessione degli immobili. L’attività dialettica dell’advisor legale nell’ambito delle operazioni di ristrutturazione è ancor più rilevante nel ruolo di vero e proprio mediatore tra il centro di interessi costituito dall’Impresa da ristrutturare e quello del ceto creditorio. In primis le Banche, coinvolte nel dialogo con i consulenti per curare tutti quegli interessi delle parti che devono essere bilanciati e cristallizzati in un accordo di ristrutturazione nel reciproco interesse, tanto delle Banche che dell’Imprenditore, di tutelare il patrimonio aziendale e la redditività.
Assistenza che viene eseguita tramite la verifica a 360 gradi di tutti gli aspetti che interessano la vita dell’Impresa in crisi curando tanto la predisposizione del piano di risanamento o dell’accordo di ristrutturazione, il set documentale nonché gli aspetti secondari, ma non per questo meno importanti, del contenzioso, del diritto bancario e finanziario, del diritto del lavoro che si dovesse sviluppare intorno al perimetro della ristrutturazione del debito. L’importanza di un consulente predisposto e formato per la gestione della crisi è ancor più evidente se si ipotizza, o si prefigura all’orizzonte della Società, come possibile il ricorso ad una procedura concorsuale. In questo caso è essenziale l’attenzione alla tutela degli amministratori e dei sindaci nella gestione delle attività ordinarie in tempo di crisi e nel corso delle procedure di liquidazione volontaria, di concordato preventivo (sia esso liquidatorio o in continuità) e dell’accompagnamento della Società al c.d. fallimento in proprio al fine di evitare sia che vengano posti in essere attività, delibere o comportamenti che possano dare il via ad azioni di responsabilità civile o penale nel caso in cui l’interlocutore della crisi d’impresa diventi il Commissario Giudiziale nominato nella procedura di concordato preventivo o il Curatore della procedura fallimentare.E’ superfluo osservare infatti che gli assetti di amministrazione e controllo, l’attività degli organi amministrativi ed assembleari, poteri, doveri e responsabilità all’interno ed all’esterno delle società, sono tutti aspetti su cui i professionisti della crisi d’impresa si devono soffermare in modo specifico, sedendosi letteralmente a fianco dei soggetti apicali nel corso delle riunioni del board . In conclusione per poter operare efficacemente nella gestione della crisi d’impresa è indispensabile un radicale cambio di mentalità da parte dei soggetti operativi coinvolti. Su tutti l’imprenditore, che deve percepire la figura dell’avvocato come una vera e propria risorsa della Società alla stregua dei suoi più stretti collaboratori e che può essere fondamentale, anche in assenza di situazioni critiche, nell’operatività quotidiana proprio per evitare decisioni imprenditoriali che, prive della giusta forma tecnica, possano poi nel medio termine dare luogo a problemi più grossi. Infine l’avvocato che per operare in ambito di crisi aziendale deve cambiare radicalmente l’approccio classico reinterpretando il suo ruolo come quello di anello di collegamento tra l’imprenditore, l’advisor finanziario e il ceto bancario operando, laddove presente, pur nel rispetto del mandato conferito dall’Imprenditore in modo aperto e costruttivo con tutti gli interlocutori seduti al tavolo. Privilegiando, sempre e comunque il dialogo, e sviluppando una sensibilità nella percezione della realtà aziendale che vada oltre l’affidamento della singola problematica oggetto del tipico mandato giudiziale andando a tamponare o prevedere tutte le possibili implicazioni o difficoltà che possono rendere difficoltoso il processo di ristrutturazione e di cui, a volte, nemmeno lo stesso imprenditore si accorge.